|
Remo Bianco ed i Tridimensionali di Milena Zanotti
Remo Bianco e i Tridimensionali “Le nuove esperienze di Remo Bianco, intese a ricercare in un gioco di piani aspetti della pittura spaziale, mi interessano particolarmente per il valore di certe indicazioni. Le dimensioni assumono valori reali al di là degli effetti scenografici: la profondità della vita ai primordi di ricerche tridimensionali..”. Così si espresse Lucio Fontana (Mostra personale di Remo Bianco, Galleria Montenapoleone, catalogo della mostra, Milano 1953). L’artista aveva colto l’essenza del lavoro di Remo Bianco, straordinario anticipatore della ricerca sui “Teatrini” di Fontana degli anni ’50. E l’opera presentata, del 1949, assume una valenza speciale in quanto precorre il fecondo filone di ricerca sui Tridimensionali di Remo Bianco degli anni ’50, sintetizzati nella sigla – titolo 3D. E’ in questo periodo che prende avvio l’instancabile ricerca sull’informale dell’artista, che per tutta la vita propone nuove intuizioni, suggerimenti, idee che lo inseriscono nel panorama artistico come anticipatore dei tempi e lo rendono unico, ineguagliabile per genio e versatilità. Caratteristiche riscontrabili nell’opera titolata Tridimensionale, in plexiglass traforato, che ha nel sotteso principio di sovrapposizione, stratificazione di superfici, soluzioni prospettiche, luci ed ombre, colori, la risultante di un “universo in fieri”, sempre da scoprire, coinvolgente e meraviglioso. L’opera assume un senso solo se il riguardante la osserva nel suo insieme, senza considerare isolatamente i singoli elementi che la compongono. Solo in tal modo è possibile cogliere la portata del messaggio di Remo Bianco, che travalica l’arte come concezione bidimensionale, quella del mero dipinto, ed è anche un invito a colui che osserva a non rimanere passivo di fronte all’opera, ma ad interpretarla a seconda delle sue sensazioni visive. Mai nessuno come Remo Bianco fece della sperimentazione il proprio vessillo, un nume a cui guardare e da cui trarre ispirazione. In ogni direzione, senza escludere mai alcun ambito a priori, neppure quello delle contaminazioni tra arte e scienza, nella trasposizione del dato scientifico in dato estetico. Siamo agli inizi degli anni ’60 e Remo Bianco compie delle ricerche applicando all’arte le proprietà del sephadex , scoperte dopo essersi recato nei laboratori di un’ industria chimica svedese. Ne sortirà la produzione del cosiddetto “cielo in vitro”, in cui il processo chimico diverrà corrispettivo di quello alchemico, come trasformazione dell’opera al di là delle convenzioni estetiche. L’esito più maturo di tale riflessione si concreterà nel “Manifesto dell’arte chimica” del 1964, in cui spiega “ Comprendere, vedere…infinita trasformazione della materia (la chimica). Laddove “l’occhio che vede” è realizzare creativamente”.
|